Il patrimonio dei mestieri antichi di Manfredonia

Manfredonia, città pugliese della provincia di Foggia, custodisce nelle sue radici il valore del lavoro, dell’ingegno e della manualità.
Attraverso la voce dei suoi abitanti e le tracce ancora visibili nei vicoli, nei cantieri e nelle campagne, riaffiorano storie di uomini e donne che hanno costruito, con le proprie mani, l’identità della comunità.

In questo contesto, l’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO  ha assunto un ruolo attivo e decisivo nella valorizzazione del patrimonio culturale immateriale legato ai mestieri tradizionali di Manfredonia.
AIGU ha promosso e coordinato una ricerca sul territorio, coinvolgendo testimoni locali, raccogliendo documentazione e restituendo pubblicamente questi saperi nell’ambito dell’evento “Hereditas – Antiche Arti e Mestieri 2025”.

Attraverso questa iniziativa, l’AIGU ha tradotto in azione concreta i propri obiettivi: tutelare e valorizzare il patrimonio materiale e immaterialediffondere la consapevolezza culturale, e favorire il coinvolgimento attivo dei giovani nella conoscenza e nella trasmissione dei beni identitari delle comunità locali.

Dal 7 al 9 novembre, nel suggestivo Chiostro di Palazzo San Domenico, le arti popolari e i mestieri storici che hanno plasmato l’identità del territorio tornano protagonisti attraverso dimostrazioni, esposizioni, laboratori e racconti.
Ad accompagnare il percorso, le cartoline realizzate da AIGU, che fermano la memoria dei mestieri con immagini e parole, trasformandosi in piccoli strumenti di conoscenza e trasmissione culturale.

Il progetto è realizzato grazie alla collaborazione con la Pro Loco di Manfredonia, promotrice dell’evento, e con i partner Università degli Studi di FoggiaTouring Club Italiano (Club di Territorio di Foggia), ArcheoSipontumANFFAS ManfredoniaParrocchia Santa Maria Reginagruppo AGESCI, oltre al prezioso contributo delle cittadine e dei cittadini che ancora oggi custodiscono la memoria dei mestieri di un tempo. Grazie al loro supporto, sono state raccolte testimonianze autentiche, immagini e materiali che raccontano un sapere antico, tramandato di generazione in generazione, fatto di fatica, creatività e senso di comunità.
Questi mestieri non appartengono soltanto al passato: rappresentano una eredità viva, parte di un percorso condiviso di memoria, responsabilità culturale e rigenerazione identitaria.


Qui di seguito riportiamo la raccolta del patrimonio con immagini e storie dei mestieri tradizionali di Manfredonia.

U mastre carrire / Il maestro d’ascia

Artigiano specializzato nella costruzione, riparazione e manutenzione di imbarcazioni in legno. È una figura tradizionale, soprattutto legata alla marineria e ai cantieri navali artigianali. Una professione poliedrica: progettista, ingegnere navale, carpentiere, falegname e al tempo stesso artista. Grazie alla sua profonda conoscenza dei diversi tipi di legno e delle loro caratteristiche di lavorazione, sapeva scegliere con precisione il materiale più adatto per ogni parte della nave — dalle ordinate ai madieri, dai bagli al fasciame. Il termine maestro d’ascia deriva proprio dallo strumento simbolo del suo mestiere, l’ascia, attrezzo con la lama perpendicolare al manico, con cui il fasciame di legno veniva piegato per adattarsi alla chiglia, e successivamente unito e sigillato con spinte e pece. Oggi molte di quelle operazioni vengono eseguite con macchinari moderni. Nonostante i progressi tecnologici, nei cantieri del porto si continua ancora oggi a utilizzare il legno come materiale principale per la costruzione di imbarcazioni di pregio. Il mestiere prende due sfaccettature diverse a seconda che costruisca il carro (Carradore) o la barca (Calfaténe). È un mestiere antico, tramandato di generazione in generazione, che nel corso dei secoli ha rappresentato una fonte di grande ricchezza e prosperità per la città di Manfredonia. Tanti sono i cantieri navali che hanno operato in passato: il cantiere navale Rucher dei maestri d’ascia Rucher, il cantiere navale Fortunato del maestro d’ascia Teodoro Fortunato, il cantiere navale Castigliego e Guerra e il mio cantiere navale dei maestri d’ascia Berardinetti. Come giusto omaggio a questa antica e prestigiosa professione che ha segnato la storia della città, l’area antistante Largo Diomede è stata intitolata Piazzale Maestri d’Ascia.

U marenère / Il Pescatore 

Si dedica all’attività di pesca, traendo dal mare il sostentamento necessario per sé e per la propria famiglia. 
È un mestiere antichissimo, tramandato di padre in figlio, che ha sempre richiesto impegno, coraggio e sacrificio, poiché il mare, pur essendo una risorsa essenziale per la città, è anche imprevedibile e ricco di insidie. Viveva per lo più in mare: partiva la domenica e rientrava il venerdì.
I pescatori possedevano anche abilità artigianali: costruivano vele e reti, le riparavano quando si strappavano, dipingevano le proprie barche e le armavano, attrezzando per la navigazione.
Invece, i marinai che lavoravano sulle barche e a fine giornata venivano pagati con i soldi e con una certa quantità di pesce di chiamavano “Skafette”.

Tra gli strumenti impiegati: 
– la “sciabica”, una rete per la pesca a riva, lanciata in mare e tirata a mano, con la “pastòra”, una fascia di cuoio legata di traverso al corpo per darsi forza; Questa è collegata ad un tipo di pesca detta “u tónne” ossia ” il rotondo”, poiché una piccola barca salpa da un punto della spiaggia calando una lunga rete da pesca, e dopo aver percorso una rotta semicircolare, rientra  a poche decine di metri dal punto di partenza.
– la “màppele” indica una parte della rete, ossia il corpo centrale con maglie più fitte, collegata alla cimosa, ossia alla parte alta, quella unita alla sagola con i galleggianti, e alla parte di fondo, quella attaccata alla sagola con i piombi- Così unita, màppele, sóreve e chjómme(rete, sugheri e piombi) la rete è detta arméte= armata, ossia completa, pronta per la pesca.

La vendita si faceva al mercato ittico, con l’astatore stabiliva il prezzo e “u jaddechère” vendeva il pesce al dettaglio, nei piccoli negozi o per strada.

U Cavamonte / Il Cavatore

Operaio addetto all’estrazione di pietre da una cava. Queste venivano impiegate per la costruzione di case, strade e lastre do marmo. Era un lavoro duro e pesante, fatto di polvere e rumore, con martello e scalpello sempre in mano. Con un paletto d’acciaio (‘a pala-möne, il palo da mina) dal diamentro di circa 5 cm, a forza di braccia praticava un pozzetto nella roccia profondo almeno 50 cm.

A ricamatrëce / La ricamatrice

La ricamatrice si dedicava all’arte del ricamo e insegnava alle ragazze del popolo. Le giovani, soprattutto quelle legate alle antiche tradizioni, preparavano a mano il proprio corredo nuziale imparando da queste esperte artigiane. Il numero dei pezzi del corredo indicava la ricchezza della sposa e della famiglia. Le lezioni si tenevano soprattutto d’estate, davanti alle case, dove le donne lavoravano e intonavano canti religiosi. La ricamatrice indossava abiti semplici e comodi, come una sottana e un grembiule bianco. Era una persona paziente, laboriosa e molto creativa, ma il suo lavoro, svolto per molte ore, spesso le rovinava la vista. Oltre al ricamo, sapeva anche lavorare all’uncinetto. Nel 1592, Isabella de Florio aprì una scuola di cucito e ricamo nella sua casa, dove le figlie dei nobili e dei ricchi di Manfredonia venivano a imparare quest’arte. Il lavoro manuale richiedeva una postura corretta e un’altezza di lavoro adeguata a evitare dolori alla schiena. Quando trovava un disegno interessante, la ricamatrice lo copiava su carta velina e poi lo trasformava in splendidi ricami. Un’altra scuola prestigiosa fu quella dell’Orfanotrofio delle suore della Stella Maris. Con la formazione morale e spirituale si insegnava l’arte di maneggiare gli attrezzi da ricamo, ad eseguire il ricamo a riporto, sfilato, il punto erba, inglese, passato, rasato, pieno, a croce, a catenella, steso, l’orlo a giorno, trapunto, serrato, a tombolo e così via. Numerose erano anche le scuole private.

U cusitore / Il sarto 

Si occupava di diverse attività: cuciva con pazienza, preparava i modelli con precisione, rammendava i capi rovinati e, quando serviva, confezionava vestiti nuovi, prevalentemente maschili, curandone ogni dettaglio con dedizione e gusto. Era un mestiere di precisione e dedizione, spesso svolto in un luogo in cui ambiente domestico e ambiente lavorativo coincidevano (casa e bottega). Non si trattava di un lavoro particolarmente remunerativo per cui spesso i sarti integravano le proprie entrate svolgendo attività lavorative secondarie.  Da questa condizione di povertà che spesso caratterizzava il sarto, analoga a quella di un altro artigiano, il calzolaio, nasce il detto “ U sarte cu vestite strazzéte e u scarpére chi scarpe ròtte” , vale a dire “Il sarto con il vestito strappato ed il calzolaio con le scarpe rotte”. Tra i suoi strumenti: “U Centìmetre”, ovvero il metro da sarto, una fettuccia di stoffa cerata larga 2 cm e lunga un metro e mezzo.

U Scarpère / Calzolaio

Si occupava con maestria della riparazione delle scarpe: sistemava le cuciture, sostituiva i tacchi consumati e ricuciva con precisione le suole danneggiate. Il lavoro richiedeva abilità, attenzione e una buona conoscenza dei materiali. Nella maggior parte dei casi si cambiava soltanto la mezza suola — quella parte che andava dalla punta fino all’avampiede — realizzata con cuoio animale resistente, tagliato e modellato a mano per adattarsi perfettamente alla forma della scarpa. Ogni intervento restituiva nuova vita alle calzature, prolungandone l’uso e mantenendo viva un’arte antica fatta di gesti precisi e di esperienza tramandata nel tempo.

U Cuntadine  / Il contadino/ agricoltore

Il “cuntadine” lavorava la terra per conto di altri, mentre l’agricoltore era il proprietario. Il termine “Caföne” è impiegato per indicare chi è rozzo e ignorante. Bisogna considerare che i contadini iniziavano a lavorare in tenera età, non avendo così tempo di istruirsi.  Arava i campi con pazienza e forza, preparandoli alla semina che seguiva con gesti ormai familiari e precisi. Spargeva i semi con cura, affidandoli alla terra e alle stagioni, e quando arrivava il tempo del raccolto, lavorava instancabilmente per riempire i sacchi di grano o i cesti di frutta e verdura. Il suo compenso non era sempre in denaro: spesso riceveva una parte del raccolto stesso, frutto del suo impegno e della fatica quotidiana, oppure una piccola somma che rappresentava il riconoscimento concreto del suo lavoro nei campi, tanto duro quanto essenziale per la vita di tutti. Molte famiglie vivevano nelle campagne intorno alla città per lavorare la terra. I contadini si alzavano all’alba, spesso verso le tre del mattino, e durante i mesi di raccolta avevano sempre molto da fare. A maggio iniziava la raccolta del grano, mentre in estate si procedeva con la raccolta e la pulizia delle mandorle, a cui partecipavano anche le donne. L’ultima grande fatica dell’anno arrivava a settembre, con la raccolta delle olive.

A Nutrizze / La Balia

Dopo il parto, la maggior parte delle madri di Manfredonia allattava personalmente i propri bambini. Quando, però, alcune donne avevano poco latte, si rivolgevano alle “bbalie”, chiamate anche “mamme de latte” o “nutrizze”: donne robuste e dal seno prosperoso, capaci di nutrire non solo i propri figli, ma anche quelli di altre madri. Questa forma di solidarietà, che durava per mesi, creava tra le due donne un legame profondo, chiamato “a cumbarizzje”, basato su rispetto e amicizia. I neonati nutriti dalla stessa balia venivano considerati “fréte de latte”, cioè fratelli di latte, uniti da un legame affettivo speciale pur non essendo consanguinei. Tra le balie più conosciute del secolo scorso si ricordano le sorelle Siponta e Antonietta Miucci, soprannominate “i stangùne” per la loro corporatura imponente.

U firrére / Il fabbro

Lavorava il ferro con abilità e forza, trasformando il metallo grezzo in oggetti utili e spesso anche belli da vedere: ringhiere, cancelli, corrimani o strumenti di lavoro. Nel suo laboratorio, scaldava il ferro finché diventava incandescente, poi lo modellava con colpi decisi e precisi, piegandolo alla sua volontà e dandogli la forma desiderata. Era un mestiere duro e faticoso, accompagnato dal rumore del martello sull’incudine e da una pioggia di scintille luminose che illuminavano la bottega. Ma era anche un’arte, fatta di esperienza, pazienza e grande maestria, capace di unire la forza del fuoco con la creatività dell’uomo.

U Canistrére / Intrecciatore di cesti

Con pazienza e abilità intrecciava la paglia o le canne, che prima venivano accuratamente bagnate per renderle flessibili e poi lasciate ad asciugare al sole. Con queste realizzava i cosiddetti “canistre”, cesti di diverse forme e dimensioni, ognuno pensato per un uso preciso. Alcuni erano piccoli e leggeri, ideali per raccogliere frutta o verdura, altri più robusti, adatti a contenere la pesca del giorno o le rane catturate nei canali e nelle paludi. Questo lavoro, apparentemente semplice, richiedeva invece grande maestria e conoscenza dei materiali naturali. I “canistre” erano oggetti indispensabili nella vita quotidiana delle zone umide e rurali, simbolo di un’economia fatta di manualità, ingegno e stretto legame con la natura.